Le storie che le pietre raccontano a chi sa ancora ascoltarle.
Ci sono luoghi che si visitano.
E poi ci sono luoghi che si ascoltano.
Il Borgo di Castelsardo appartiene a questi ultimi.
Basta rallentare il passo, lasciare che il maestrale attraversi i vicoli e, se si ha la fortuna di fare abbastanza silenzio dentro di sé, le pietre cominciano a parlare.
Cammino lentamente lungo i vicoli del Castello.
È un pomeriggio d'estate.
Il sole cade quasi verticale sulle antiche pietre. Il caldo sale dal selciato e si mescola al profumo dei gelati appena preparati.
I turisti passeggiano senza fretta.
C'è chi si ferma a fotografare un arco, chi cerca un angolo d'ombra, chi osserva il panorama sul Golfo dell'Asinara con lo stupore di chi lo vede per la prima volta.
Dai piccoli ristoranti arriva il tintinnio dei bicchieri.
Le posate sfiorano i piatti.
Le risate si intrecciano con lingue provenienti da ogni parte del mondo.
È una bella immagine.
È la Castelsardo che tutti conoscono.
Poi, quasi senza accorgermene, cambia qualcosa.
Forse è il vento.
Forse è l'odore della pietra scaldata dal sole.
Forse è quel silenzio improvviso che si crea appena svolto un vicolo più stretto.
Continuo a camminare.
E il presente, lentamente, arretra.
Le voci dei turisti diventano lontane.
Davanti a me passano donne vestite di nero, con il fazzoletto stretto sul capo.
Portano una cesta.
Un secchio d'acqua.
Un bambino per mano.
Sedute davanti alle porte di casa, altre donne intrecciano cestini.
Le mani si muovono veloci, sapienti, come se conoscessero ogni filo di palma da una vita.
Parlano tra loro.
Il vento raccoglie qualche parola e la porta fino a me.
« Figghjó... »
« Cum'è stai? »
Sono parole semplici.
Eppure sembrano appartenere più alle pietre che alle persone.
Il profumo del pane invade il vicolo.
Il fornaio si affaccia sorridendo.
« Caldu è... appena fatto! »
Da una finestra arriva il rumore ritmico di un telaio.
Poco più avanti un pescatore rammenda lentamente una rete consumata dal mare.
Ogni nodo racconta una notte passata tra le onde.
Ogni filo è una speranza.
All'improvviso una voce rompe il silenzio.
«Antò... veni drentu!»
Un bambino interrompe il gioco.
Guarda gli amici.
Fa finta di non sentire.
Poi sorride e corre verso casa.
Gli altri continuano a rincorrersi lungo la scalinata.
Cadono.
Si rialzano.
Ridono.
Per loro queste pietre non sono storia.
Sono semplicemente il cortile di casa.
Continuo a salire.
Ogni gradino sembra riportarmi indietro di qualche decennio.
Il maestrale attraversa gli archi di pietra con la stessa forza di sempre.
Ha l'odore della salsedine.
Delle reti appena salpate.
Del mare.
Della legna che brucia nei camini durante gli inverni più freddi.
Poi arrivano le campane.
Lente
Profonde.
Una.
Due.
Tre.
Il loro suono rimbalza sulle mura, scende verso il porto e torna a salire fino alla Rocca.
Per un istante il borgo sembra trattenere il respiro.
Chiudo gli occhi.
Sento il rumore degli zoccoli di un asinello sul selciato.
Trasporta fascine per il fuoco.
Un uomo spinge una botte lungo la salita.
Una donna stende il bucato tra due finestre.
Una bambina stringe forte un pezzo di pane ancora caldo.
Sono scene che nessuna fotografia ha conservata.
Eppure sembrano vivere ancora qui.
Entro nella Cattedrale.
Fuori il sole è accecante.
Dentro quasi non esiste luce.
Gli occhi impiegano qualche secondo ad abituarsi.
L'aria è fresca.
Profuma di incenso.
Di cera consumata.
Di legno antico.
Mi siedo.
Il silenzio è assoluto.
Non capisco più se sono io a cercare il passato o se è il passato che sta cercando me.
Forse le pietre hanno una memoria.
E forse, quando il silenzio diventa abbastanza profondo, cominciano davvero a raccontare.
Sento un coro.
Prima lontano.
Poi sempre più vicino.
Non è un semplice canto.
È il canto lento e solenne della Confraternita.
Quelle voci profonde, tramandate di generazione in generazione, riempiono lentamente le navate.
Ogni nota sale verso la volta della Cattedrale.
Si posa sulle colonne.
Accarezza gli altari.
Ritorna indietro come un'eco.
Non è musica.
È fede.
È memoria.
È identità.
Vedo i confratelli avanzare lentamente.
Le cappe ondeggiano appena.
I passi sono lenti.
Cadenzati.
Il rumore lieve dei sandali sul pavimento di pietra accompagna il canto.
Nessuna parla.
Parlano soltanto quelle antiche melodie che sembrano custodire il dolore, la speranza e la fede di intere generazioni.
Vicino a una colonna due anziane si salutano.
« Bona ghjurnata »
« Chi lu Signori t'accumpagni. »
Poi si inginocchiano.
Una donna string un rosario consumato.
Tra le mani tiene la fotografia di un figlio partito per il continente.
Una giovane madre abbassa il capo.
Affida al Signore la salute del suo bambino.
Poco distante entra un pescatore.
Fa lentamente il segno della croce.
Domani il mare sarà grosso.
Ha bisogno di protezione.
Vicino a me una voce appena percettibile rompe il silenzio.
«Madonna mia... abbì pieta di noi.»
Quelle preghiere non chiedono ricchezza.
Chiedono soltanto che il marito torni dal mare.
Che un figlio guarisca.
Che il raccolto basti per arrivare alla primavera.
Che nessuno resti solo.
Esco dalla Cattedrale.
La luce mi abbaglia.
Il presente torna lentamente a riprendersi il suo spazio.
I tavolini dei ristoranti sono di nuovi pieni.
I bambini mangiano il gelato.
Le macchine fotografiche continuano a catturare panorami.
Il mondo sembra identico a pochi minuti prima.
Eppure io non lo vedo più con gli stessi occhi.
Mi allontano lentamente.
Alle mie spalle il Castello continua a vivere la sua estate.
Le risate dei bambini si mescolano alle lingue dei turisti, ai camerieri che attraversano le piazzette, ai fotografi in cerca della luce perfetta.
È giusto così.
Un borgo che smette di essere vissuto smette anche di respirare.
Ma da oggi so che, insieme alle voci del presente, ce ne sono altre.
Non si vedono.
Non preoccuparti.
Aspettano soltanto qualcuno disposto ad ascoltarle.
Forse è questo il privilegio dei paesi antichi.
Le città moderne conservano gli edifici.
Il Borgo di Castelsardo conserva ancora le anime.
Basta fermarsi un momento.
Fare silenzio.
Lasciare che il maestrale attraversi i vicoli e che il rintocco delle campane accompagni il passo.
Allora si sentirà, lontano, il canto della Confraternita che sembra ancora salire dalla Cattedrale, il rumore degli zoccoli sul selciato, il richiamo di una madre:
«Antò... veni drentu!»
Il profumo del pane appena sfornato.
Il sussurro di una preghiera.
Le mani sapienti di una donna che intreccia un cestino davanti alla porta di casa.
Per un attimo il tempo si fermerà.
E capiremo che il Castello non è soltanto un monumento.
È un libro scritto con la pietra.
Ogni vicolo è una pagina.
Ogni porta una storia.
Ogni fibra una vita.
E forse il compito di chi oggi ama Castelsardo non è soltanto quello di conservarne le mura.
È custodirne la memoria.
Perché un popolo che dimentica le proprie voci finisce lentamente per dimenticare anche sé stesso.
Mi volto un'ultima volta.
Le mura sono lì, immobili come sette secoli fa.
Ma adesso so che non sono mai stato davvero silenziose.
Bisognava soltanto imparare ad ascoltarle.
Chi vuole può scriverci: ampsicoracs@gmail.com
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