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Castelsardo, il mare dimenticato: la lenta scomparsa dei pescatori dietro la vetrina del turismo

Castelsardo, il mare dimenticato: la lenta scomparsa dei pescatori dietro la vetrina del turismo

A Castelsardo il mare è ovunque. È nello skyline del castello, nelle fotografie promozionali, nei menù dei ristoranti, nelle cartoline, nelle feste popolari, nei racconti tramandati tra generazioni. La città continua a presentarsi come borgo marinaro autentico, sospeso tra tradizione e Mediterraneo. Eppure, dietro questa immagine potente e riconoscibile, esiste una realtà molto meno raccontata: quella della progressiva marginalizzazione della piccola pesca artigianale.

Non si tratta solo di nostalgia o folklore. Il problema è economico, sociale e politico. Perché mentre il porto cambia volto e la costa si orienta sempre più verso la nautica e il turismo, i piccoli pescatori locali affrontano una crisi strutturale fatta di costi insostenibili, riduzione del pescato, burocrazia crescente e perdita di centralità nelle scelte strategiche del territorio.

Castelsardo non è un caso isolato. È lo specchio di ciò che sta accadendo in molte marinerie della Sardegna.

Negli ultimi anni il comparto della piccola pesca costiera sarda ha subito un indebolimento costante. Le cause sono numerose e si intrecciano tra loro. I pescatori parlano di un mare impoverito: meno pesce, taglie più piccole, stagioni alterate. I cambiamenti climatici, l'aumento della temperatura dell'acqua, la pressione antropica sulle coste e decenni di sfruttamento delle risorse ittiche stanno modificando profondamente l'equilibrio del Mediterraneo.

A questo si aggiunge un problema economico ormai diventato insostenibile. Per una piccola imbarcazione i margini di guadagno sono ridotti drasticamente. Carburante, manutenzione, assicurazioni, reti, ormeggi e adempimenti burocratici assorbono una quota enorme dei ricavi. Molti pescatori lavorano intere giornate con incassi sempre più incerti.

Nel frattempo le normative europee e nazionali vengono percepite come sempre più lontane dalla realtà della piccola pesca artigianale. Le regole pensano per grandi flotte industriali finiscono spesso per ricadere anche su chi lavora con una barca di pochi metri e un equipaggio familiare. Registri, controlli, autorizzazioni e limitazioni vengono vissuti come un peso sproporzionato rispetto alla dimensione reale delle attività locali.

In Sardegna esiste poi un altro elemento decisivo: la trasformazione economica delle coste. Negli ultimi vent'anni molte amministrazioni hanno puntato quasi esclusivamente sul turismo, sulla nautica da diporto e sulla valorizzazione immobiliare del waterfront. I porti stanno progressivamente cambiando funzione: da luoghi di lavoro e produzione a infrastrutture dedicate prevalentemente ai servizi turistici.

Castelsardo sembra inserirsi perfettamente in questa dinamica.

Osservando la comunicazione e le strategie legate al porto emerge chiaramente una forte vocazione turistica. Posti barca, diporto, accoglienza nautica, servizi ai visitatori e promozione dell'immagine del borgo occupando uno spazio centrale. La pesca professionale continua a esistere, ma appare sempre più marginale nel racconto pubblico dello sviluppo cittadino.

Questo non significa che il comparto sia scomparso. Significa però che sta perdendo peso economico e politico.

Le stesse infrastrutture portuali hanno mostrato criticità evidenti. Nel 2020 il Comune ha ottenuto finanziamenti per interventi di dragaggio, bonifica dei pontili, riqualificazione dell'isola ecologica e gestione dei rifiuti derivanti dalla pesca professionale. Quegli interventi nacquero proprio dalla consapevolezza che il porto presentasse problemi strutturali e servizi insufficienti per il comparto.

Anche il tema ambientale è diventato sempre più centrale. A Castelsardo si moltiplicano controlli contro la pesca illegale dei ricci, recuperi di reti disperse e iniziative sulla sostenibilità marina. I pescatori vengono spesso coinvolti in attività di tutela ambientale e monitoraggio del mare, assumendo un ruolo che va oltre la semplice produzione ittica. Ma questo aumento di responsabilità non sembra accompagnato da un corrispondente rafforzamento economico del settore.

Il risultato è una progressiva fragilità della filiera locale. La pesca castellanese appare composta da poche attività, cooperativa limitata e realtà commerciali frammentate. Manca un vero mercato ittico strutturato, manca una filiera corta forte, manca una strategia di valorizzazione economica capace di trasformare la tradizione marinara in reddito stabile.

Ed emerge forse il problema più grave di tutti: il ricambio generazionale quasi assente.

I giovani vedono la pesca come un mestiere durissimo, economicamente incerto e privo di prospettive. Le licenze sono difficili da ottenere, gli investimenti iniziali elevati, i guadagni imprevedibili. In molte marinerie sarde il numero delle imbarcazioni si è ridotto drasticamente negli ultimi anni. Senza nuove generazioni, il rischio non è soltanto economico ma culturale: scompare un sapere antico che ha costruito l'identità stessa delle comunità costiere.

Eppure la politica locale sembra affrontare il problema solo marginalmente.

Il motivo è anche elettorale. Oggi la piccola pesca pesa poco in termini numerici. I pescatori attivi sono relativamente pochi, spesso frammentati e privi di una rappresentanza forte. Turismo, edilizia, eventi e portualità turistica generano molto più consensi, investimenti e visibilità.

Così il pescatore rischia di diventare una figura simbolica utile alla narrazione della città, ma sempre meno centrale nelle strategie economiche reali.

È il grande paradosso di Castelsardo.

La città continua a utilizzare il mare e la tradizione marinara come elementi identitari fortissimi. Il pescatore resta presente nell'immaginario collettivo, nella gastronomia, nella promozione turistica e nell'estetica stessa del borgo. Ma quando si osservano gli investimenti, la pianificazione del porto e le priorità amministrative, il baricentro sembra spostarsi altrove.

La domanda allora diventa inevitabile: quale futuro si vuole costruire per il porto e per il rapporto tra Castelsardo e il suo mare?

Perché un porto non è soltanto una marina turistica o una cartolina sul Mediterraneo. È anche lavoro, economia reale, presidio sociale e identità produttiva. La piccola pesca artigianale non rappresenta solo un settore economico: mantiene vive competenze tradizionali, sostiene le famiglie, preserva la cultura marinara e garantisce un rapporto diretto con il territorio.

Se questo tessuto scompare, il rischio è che il borgo mantenga l'immagine del mare ma perde progressivamente il suo legame autentico con esso.

Ed è forse questa la trasformazione più profonda e silenziosa che oggi sta vivendo Castelsardo: un luogo che continua a raccontarsi come città di pescatori mentre i pescatori, lentamente, rischiano di non avere più spazio nel futuro della città.

Posted by Ampsicora
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