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NAZA, QUANDO LA VITA DIVENTA UN NUMERO

NAZA, QUANDO LA VITA DIVENTA UN NUMERO

Siamo usciti dal cinema con rabbia, dolore e una domanda che non ci dà pace: come è possibile guardare tutto questo, sapere che sta accadendo e poi tornare alla nostra vita come se nulla fosse?


Ci sono documentari che finiscono quando scorrono i titoli di coda. E ce ne sono altri che continuano dentro di noi anche quando usciamo dalla sala. Naza appartiene a questa seconda categoria. Siamo andati a vederlo e ne siamo usciti con sentimenti difficili da mettere in ordine: sdegno, rabbia, incredulità e soprattutto dolore . Questa volta Castelsardo Online vuole fare qualcosa di diverso dal solito: non vuole soltanto raccontare, vuole condividere con chi ci legge ciò che abbiamo provato.
Quello che ci ha colpito, forse più di ogni altra cosa, è stata la fredda determinazione con cui viene raccontata la distruzione di una città, Gaza : palazzo dopo palazzo, strada dopo strada, obiettivo dopo obiettivo. E la consapevolezza che dietro quegli edifici non c'erano semplicemente muri, ma persone: bambini, donne, anziani, famiglie. Persone che vivono la loro vita e che si sono ritrovate dentro una guerra che non avevano scelto.
Tutto questo deciso spesso da lontano, dentro una stanza , davanti a mappe, immagini, monitor e sistemi tecnologici sempre più sofisticati. Persino l'intelligenza artificiale può entrare in questo processo, contribuendo ad analizzare informazioni e individuare obiettivi. Ed è proprio questo che ci inquieta: la tecnologia può diventare straordinariamente precisa, ma la precisione non cancella la responsabilità . Anzi, forse il rende ancora più grande.
Ci hanno colpito le interviste a coloro che si trovavano nelle cosiddette stanze dei bottoni . Il tono, le parole, il distacco con cui venivano raccontate situazioni nelle quali la vita o la morte di altre persone sembravano trasformarsi in una questione tecnica, operativa, quasi amministrativa. «Era il nostro compito.» Un paradosso. La stessa identica frase usata dai soldati tedeschi nel processo di Norimberga, Una frase che ci ha colpito profondamente.
Ma c'è un particolare che ci ha sconvolto ancora di più. Nel racconto del documentario emerge come, in molte operazioni, fosse possibile stimare preventivamente anche il numero delle cosiddette “vittime collaterali” , indicate nel linguaggio militare con un termine tecnico: naza , appunto. Persone. Esseri umani. Vite che potevano essere sacrificati nell'esecuzione di un'operazione.
Ed è qui che la distanza tra il linguaggio di chi pianifica e la realtà di chi muore diventa quasi insopportabile. Da una parte una valutazione, una previsione, una percentuale; dall'altra una madre, un bambino, un anziano, una famiglia che non tornerà più a casa.
Sia chiaro, e vogliamo esserlo fino in fondo:l'attacco del 7 ottobre 2023 è stato un atto di una gravità inaudita. L'uccisione deliberata di civili israeliani e il rapimento degli ostaggi sono crimini che non possono essere giustificati né relativizzati in alcun modo. Il dolore delle famiglie delle vittime e di quelle degli ostaggi merita rispetto, solidarietà e giustizia. Nessuna causa, nessuna rivendicazione politica e nessuna ragione storica possono trasformare dei civili in obiettivi legittimi o rendere accettabile il loro assassinio o il loro rapimento.
Condannare senza ambiguità il 7 ottobre, però, non significa rinunciare alla capacità di interrogarsi su ciò che è accaduto dopo. Il diritto di uno Stato a difendere i propri cittadini non può essere confuso con un assegno in bianco per qualsiasi modalità di guerra. Ed è proprio da qui che nasce la nostra domanda.
Quando la risposta militare finisce per colpire un'intera popolazione, quando una città viene sistematicamente devastata e quando bambini, donne e anziani diventano parte del bilancio delle operazioni, possiamo ancora parlare soltanto di guerra contro un'organizzazione armata?
È una domanda difficile. Ma è una domanda che, dopo aver visto Naza , sentiamo di non poter evitare.
Vedere raccontare la distruzione di un edificio di sette piani perché, magari, al terzo piano si sarebbe potuto trovare un militante di Hamas ci ha sconvolto. Non stiamo discutendo qui l'esistenza di un obiettivo militare. Ci chiediamo qualcosa di molto più semplice e umano: quanto può valere la vita di persone innocenti rispetto alla possibilità che, dentro quell'edificio, si trovi un combattente?
Per noi non è una questione di schieramenti. È una questione di umanità. E ciò che abbiamo visto ci ha dato la drammatica sensazione di assistere non soltanto alla distruzione di obiettivi militari, ma alla progressiva distruzione di una città e delle condizioni stesse di vita di un intero popolo.
Un altro elemento raccontato dal documentario ci ha colpito profondamente, forse ancora più di quanto avremmo voluto: l'enorme quantità di informazioni raccolte attraverso telefoni, comunicazioni e strumenti tecnologici. Dati, conversazioni, spostamenti, informazioni personali. Un'immensa quantità di tracce digitali utilizzate, secondo il racconto di Naza , per costruire una mappa sempre più precisa del territorio e delle persone, fino ad individuare gli obiettivi.
Ma è ciò che viene raccontato dopo gli attacchi ad averci lasciato senza parole. Attraverso i telefoni delle persone colpite, venivano ascoltate anche le grida, le voci, il dolore di chi stava morendo. È difficile persino scriverlo. Perché in quel momento la tecnologia sembra compiere un passaggio terribile: prima raccoglie informazioni per individuare una persona, poi quelle stesse informazioni possono accompagnare l'azione militare e infine restituire, attraverso un telefono, le voci di chi quell'attacco lo sta vivendo sulla propria pelle.
Ed è qui che la nostra inquietudine diventa ancora più grande. Quando la vita digitale di una popolazione può essere trasformata in una gigantesca mappa di informazioni, quando quei dati possono contribuire a individuare un obiettivo e quando, dopo l'attacco, la tecnologia può persino restituire le voci delle vittime, non siamo più soltanto davanti a uno strumento della guerra. Siamo davanti a una tecnologia che entra nella guerra, la accompagna e ne amplifica terribilmente la capacità di distruzione.
E nel racconto di Naza la distruzione appare tutt'altro che casuale. Palazzi, quartieri e intere porzioni della città vengono descritti come obiettivi individuati e colpiti attraverso un processo estremamente metodico. La domanda che ci siamo posti è terribile: quando la distruzione diventa così sistematica, quando gli interi quartieri vengono ridotti in macerie, quando vengono compromesse abitazioni, infrastrutture e luoghi indispensabili alla vita quotidiana, dove finisce l'obiettivo militare e dove comincia la distruzione delle condizioni necessarie perché una popolazione possa continuare a vivere?
E questa domanda ci porta inevitabilmente anche agli aiuti umanitari. Perché una popolazione privata delle proprie case, delle proprie infrastrutture essenziali e contemporaneamente in difficoltà nell'accesso a cibo, acqua, medicina e altri beni indispensabili si trova davanti a una condizione ancora più drammatica. Non vogliamo stabilire noi responsabilità che spettano agli organismi internazionali e alla magistratura. Ma una cosa possiamo dirla: non si può parlare delle macerie senza parlare anche delle persone che quelle macerie devono continuare a viverle.
Non siamo strateghi militari. Non siamo politici. Non siamo giudici. Siamo semplicemente persone che hanno visto un documentario e che, uscendo da quella sala, si sono chieste come sia possibile che la morte di tanti esseri umani possa essere raccontata con una freddezza così distante da coloro che prendono quelle decisioni.
Poi si sono accese le luci.
È stato allora che è successo qualcosa che difficilmente dimenticheremo. In sala è calato un silenzio sconvolgente . Nessuno sembrava avere fretta di alzarsi. Persone immobili sulle proprie poltrone, sguardi persi nel vuoto, occhi lucidi. Qualcuno aveva ceduto al pianto. Ci siamo guardati intorno e abbiamo capito che quello che avevamo provato noi non era soltanto nostro.Quel silenzio parlava. Parlavano quegli occhi. Parlavano quelle persone rimaste sedute, come se avevano bisogno di qualche minuto per tornare dalla realtà che avevano appena visto a quella che li aspettavano fuori dalla sala.
Forse è proprio questo il senso più profondo di Naza : ricordarci che dietro le immagini di una guerra ci sono esseri umani. La guerra, vista attraverso uno schermo, rischia di diventare astratta: un'immagine satellitare, un punto sulla mappa, un edificio da colpire, una percentuale di rischio. Ma dall'altra parte dello schermo ci sono vite. E quando quelle vite vengono trasformate in numeri, qualcosa di profondamente umano rischia di perdersi.
E uscendo dal cinema ci siamo fatti una domanda. È stato quasi automatico. Ancora immersi in quel silenzio e nelle immagini appena viste, ci siamo chiesti: ma perché il mondo non si interroga davvero su quello che sta accadendo? Perché sembra che tutto questo venga progressivamente assorbito dal rumore quotidiano delle notizie, delle dichiarazioni politiche, delle immagini che scorrono per pochi secondi sugli schermi e poi vengono sostituite da altre? Come se potessimo assistere alla distruzione di una città, alla morte di bambini, donne, anziani e famiglie e poi semplicemente andare avanti.
Come se tutto questo non esistesse.
Ci siamo guardati e ci siamo chiesti: ma in che mondo viviamo?
Un mondo nel quale la tecnologia ci permette di vedere praticamente tutto in tempo reale, ma nel quale rischiamo paradossalmente di diventare sempre più incapaci di sentire ciò che vediamo. Forse il problema non è soltanto ciò che sta accadendo a Gaza. Forse dobbiamo interrogarci anche su ciò che sta accadendo a noi , sulla nostra capacità di convivere con immagini che un tempo ci dovrebbero sconvolto, sulle parole vittime collaterali , obiettivi militari , danni accettabili , che rischiano di anestetizzare il significato più semplice di tutte queste espressioni:
una persona è morta.
Noi non abbiamo risposte. Abbiamo però una certezza: non vogliamo abituarci alla sofferenza degli altri. Non vogliamo diventare spettatori indifferenti. E non vogliamo che la tecnologia, la distanza e il linguaggio burocratico riescano a farci dimenticare una cosa elementare:
dietro ogni edificio distrutto c'è una vita. Dietro ogni numero c'è una persona.
Forse quel silenzio della sala, quando si sono riaccese le luci, è stato il modo più semplice e più vero che abbiamo avuto per dirlo.
E forse Naza ci ha lasciato soprattutto una domanda, una domanda alla quale ciascuno di noi dovrebbe provare a rispondere:

IN CHE MONDO VOGLIAMO VIVERE?


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Posted by Ampsicora
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